Archivio per dicembre 2009

31
dic
09

La Lingua e la Scrittura Cinese (di Francesca Pasta)

 

La Lingua e la Scrittura Cinese

zhōng wén e shū fǎ

Scriveva Giacomo Leopardi nello Zibaldone: “La lettura per l’arte dello scrivere è come l’esperienza per l’arte di viver nel mondo, e di conoscer gli uomini e le cose”.

La Scrittura Cinese ben rappresenta il senso intrinseco espresso in questa metafora. Infatti se la scrittura esiste ed è lo specchio di una civiltà, così i tratti che la compongono raccontano la storia e lo spirito dei popoli.

Priva di alfabeto, quella cinese può vantarsi di essere una delle scritture più antiche del mondo.Recentemente, a Yanghe, nella provincia di Shandong, sono state scoperte alcune tombe risalenti ad oltre 4500 anni fa. Tra i numerosi resti ritrovati in queste tombe, vi erano anche una dozzina di “zum”, vasi in ceramica destinati a contenere il vino, effigiati con dei caratteri rappresentanti oggetti stilizzati. Si tratta probabilmente dei più antichi pittogrammi cinesi mai ritrovati, anche se, delle iscrizioni rilevate dagli archeologi in alcune conchiglie e nelle ossa di alcuni animali sacrificati durante cerimonie oracolari dissotterrate in altri siti, potrebbero anticipare la creazione della scrittura cinese di altri mille anni.

La lingua cinese è monosillabica e ogni monosillabo cambia valore grammaticale, cambiando posto nella frase, a seconda delle inflessioni della voce attraverso l’uso dei toni. La sua scrittura è basata su caratteri che ammontano a circa 50.000, anche se quelli che vengono usati più frequentemente non superano i 4.500. La definizione di “carattere”, in base ai suoi connotati morfologici, include tre categorie di segni:

 

il pittogramma, derivante da un disegno che ricorda un oggetto materiale;

l’ideogramma, derivante da un immagine che rappresenta un idea;

il fonogramma, composto da due parti, una allude al concetto, l’altra alla pronuncia.

Nel corso del suo sviluppo, dal disegno all’ idea, dal pittogramma all’ideogramma, il passo non fu breve ma, soprattutto grazie alla scoperta della carta con conseguente uso del pennello, la scrittura cinese venne codificata nei primi secoli dopo Cristo, quando, da una parte, venne imposta come scrittura comune che resisterà immutata sino ai giorni nostri, dall’altra nel IV secolo diviene una della maggiori forme d’arte cinese, affrancandosi dalla committenza e slegandosi talvolta persino dal testo e dal significato espresso: lo Shu Fa. Non si tratta solo di un arte figurativa, per cui la traduzione del termine che la descrive in “calligrafia cinese” appare riduttiva, bensì di una vera e propria disciplina individuale per la ricerca e la coltivazione delle doti umane, fisiche ed intellettive,fino ad una evoluzione totale dell’individuo. La pratica della calligrafia non consiste solo nell’apprendimento di una abilità manuale ma coinvolge l’intera persona. Nella tradizione, scrivere consiste nell’appropriarsi e perfezionare un gesto che lascia una traccia. La calligrafia sviluppa la percezione di movimenti che il calligrafo anima nella sua arte. Poiché al calligrafo l’arte chiede un impegno totale del corpo, dello spirito e della sensibilità, esigendo un’abilità acquisita con una lunga e paziente pratica, molti sono i punti di contatto con altrettanto antiche discipline come il Taijiquan e il Qigong, anch’esse perfette espressioni del modo di intendere l’Uomo come unione del Cielo e della Terra, tipiche del pensiero, della medicina, dell’arte, della cultura cinesi.

La scrittura cinese restò fedele a sé stessa garantendo così l’ unità linguistica della Cina. Infatti, nonostante in Cina si parlino centinaia di dialetti diversi, si usa un unico modello scritturale. Tale modello contiene e descrive la storia di un enorme paese agricolo dal potere fortemente centralizzato che per secoli restò chiuso nei suoi immensi confini. La direzione della scrittura è infatti verticale, e le colonne così ottenute vengono allineate da destra verso sinistra.

Grafologicamente il significato è uno scavo interiore e individuale, rappresentato dalla prevalente dimensione verticale della scrittura, che però resta chiusa nell’ ambito della sua cultura. Questo atteggiamento viene rafforzato dal modello calligrafico di base: tutti i caratteri cinesi devono venire inscritti in un quadrato perfetto, simbolo grafologico di stabilità e sicurezza, al cui interno l’ ideogramma deve essere equilibratamente eseguito con tratti morbidi che non devono somigliare né a bastoni nè a chiodi. Ogni singolo carattere cinese ha poi una rigidissima gerarchia nel venir tracciato: prima il tratto orizzontale e poi quello verticale, prima il tratto discendente sinistro e poi quello ascendente destro e via gerarchizzando.

Tutte queste regole non depongono certo a favore della spontaneità della scrittura cinese che diventa così espressione di un atteggiamento trattenuto, non immediato e piuttosto complesso. Ma ancora una volta l’arte viene in soccorso della libera espressione dell’uomo: i calligrafi cinesi erano lodati ed onorati per le loro splendide calligrafie solamente da un punto di vista estetico. In questo modo essi potevano esprimere tranquillamente la loro personalità permettendosi di ignorare i modelli ufficiali e statali di scrittura. La libertà dello spirito in alternativa alla rigidità del potere. E’ solo dopo la seconda Guerra Mondiale che la Cina “occidentalizza” la sua scrittura adottando la direzione orizzontale e destrorsa: il drago non scruta più solo al suo interno ma comincia a guardarsi attorno, oltre i suoi confini. Oggi il Cinese Mandarino, lingua ufficiale della Repubblica Popolare Cinese dal 1956, non è soltanto la lingua più diffusa in Cina ma è anche una delle lingue più parlate nel mondo. I Cinesi chiamano questa lingua pǔ tōng huà 普通, letteralmente “lingua comune”, in occidente l’uso della definizione” Mandarino” deriva dal Portoghese “mandar” che vuol dire “comandare”. Infatti col termine “mandarini” i Portoghesi solevano infatti indicare gli amministratori pubblici cinesi.


Francesca Pasta

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18
dic
09

Perdere la Faccia

Perdere la Faccia

Perdere la Faccia e Salvare la Faccia: queste espressioni sono le usuali traduzioni delle espressioni Cinesi 丢脸 (diū liǎn): (perdere) (faccia), e 留面子 (liúmiànzi): (salvare) 面子 (reputazione). Chiunque abbia visitato la Cina o conosca la cultura Cinese potrà dirvi che mantenere una buona reputazione e impedire la vergogna che possa investire la propria famiglia sono enormemente importanti in Cina.

Il carattere “diū”, “perdere”, è composto dal carattere “qù“, “andare via”, sormontato da un tratto obliquo che indica “caduta”; il carattere “liǎn” ha a sinistra “ròu”, “carne”, che indica una parte del corpo, e a destra “qiān”, il componente fonetico del carattere, ma che significa da solo “unanime”, “insieme”.

La “faccia” per i Cinesi è insieme prestigio, cioè quello che a ha a che fare con qualcosa che si ha, e dignità, cioè quello che ha a che fare con qualcosa che si è. La faccia si può persino sia ereditare che lasciare in eredità! Chi, per esempio, approfittasse di una momentanea situazione di vantaggio per indebolire prestigio e dignità di un interlocutore, non solo si creerebbe un nemico eterno, ma perderebbe la stima anche di altri Cinesi che fossero presenti all’avvenimento.

Esempio di applicazione del concetto “ diū liǎn” è un proverbio cinese che recita “Ragala faccia al tuo interlocutore e ne riceverai a tua volta”…

Una magnifica dimostrazione di quello che i Cinesi intendono con “perdere la faccia” è stata offerta, nelle Olimpiadi invernali, da Dan Zhang, la pattinatrice che, nella gara in coppia di pattinagio artistico, a un certo punto ha fatto una rovinossa caduta sbattendo violentemente il ginocchio sinistro. Ma, anche in una competizione “commerciale”, il tradizionale sistema di valori cinese impone che lo sconfitto non sia anche umiliato. E quando le circostanze portano alla sconfitta c’è ancora un modo per non “perdere la faccia”: assumere un’espressione impassibile come se nulla fosse successo, non perdere il controllo di se stessi mostrando pubblicamente la propria rabbia.

Così, Dan Zhang, nell’arco di due minuti esatti, si è ripresa, ha mascherato il suo dolore e la sua delusione, e ha ripreso a danzare sul ghiaccio, facendo piroette su piroette che a volte facevano leva proprio sul ginocchio che aveva appena sbattuto. Alla fine ha vinto la medaglia d’argento.

Questa è una vera vittoria! Vittoria su se stessi innanzi tutto.

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02
dic
09

Numeri fortunati e cultura popolare in Cina

I numeri fortunati hanno fatto parte da tanto tempo della cultura cinese, testimonianza ne sono le 9.999 stanze della Città proibita di Pechino, e le giuste cifre possono ancora svolgere un ruolo nella scelta di una casa, del numero di telefono o persino di un compleanno!

I numeri pari sono più fortunati dei dispari. Due suggerisce armonia, sei facile progresso. Quattro, omofono di “morte”, è sfortunato, mentre nove, come più alto numero di una sola cifra, rappresenta longevità. Otto, comunque, è il numero più fortunato.

La pronuncia del numero otto, “ba”, è simile al carattere ‘ faat’ in Cantonese, che significa prosperità, soldi e condizione sociale. Questa credenza origina dalla provincia del Guangdong, ma dopo che le riforme e le aperture degli ultimi 20 anni fa, essa è popolare in tutto il paese, man mano che gli spostamenti della popolazione diventavano più facili e veloci. Non è certo una coincidenza che i XXIX Giochi Olimpici sono iniziati alle 8:00 dell’ottavo giorno dell’ottavo mese del 2008… A Hong Kong, uomini d’affari hanno pagato somme enormi per avere delle targhe automobilistiche con il numero 8.

Anche se le credenze legate alla numerologia provengono dal sud della Cina, ci sono prove di loro esistenze anche nel Nord. A Pechino molta gente è disposta a pagare grosse cifre per avere un numero di telefono con abbondanza di otto, e gli appartamenti all’ottavo piano sono molto cari. Il quarto piano, almeno nominalmente, esiste raramente. Gli edifici di Pechino progettati per essere appetibili a compratori occidentali e ai cinesi facoltosi non hanno in genere i piani quarto, tredicesimo e quattordicesimo.

E si sa persino che le donne incinte in Cina scelgono con attenzione le date dei loro parti cesarei per dotare la loro prole della data di nascita più fortunata possibile!

Fonte: http://www.chinaculture.org/

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