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Apr
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Ma questo placebo cos’é?

Una delle affermazioni che ricorrono spesso quando si parla di Medicine non Convenzionali (MnC) e Discipline Bionaturali (DBN) è che se hanno un qualche effetto sulle malattie e sullo stato di benessere, questo è legato al loro “effeto placebo”. Ma cos’è l’effetto placebo?

La tesi corrente, che però non è affatto una tesi “dimostrata”, è che nelle sperimentazioni scientifiche una parte dei pazienti ha un miglioramento o guarisce perchè è “convinta” che la cura che le si sta prestando sia efficace, non perché la cura lo sia “di per sé”.

Fino al 1945, come afferma Kaptchuk, il placebo veniva considerato un effetto senza valore clinico, utile solo per dare la sensazione a un paziente che lo si stesse curando anche quando nessuna cura poteva avere azione terapeutica. Quando poi iniziarono gli studi che mettevano a confronto una cura che si voleva testare con una cura “finta”, per esempio quando a un gruppo di pazienti scelti a caso si confrontava un altro gruppo omogeneo (divisione “randomizzata”) e al primo gruppo si faceva assumere il farmaco da testare (gruppo “vero”) e al secondo una pasticca uguale ma di solo materiale inerte (gruppo di “controllo”, studio “controllato”), i risultati ottenuti dal secondo gruppo si attribuivano all’effetto placebo, e si attestavano attorno al 35-40%.

Senonché studi autorevoli, i più recenti dei quali del 2001 e del 2004 (Gostzche), hanno ridimensionato l’effetto placebo riconsiderandolo senza effetto terapeutico. In altre parole, l’azione terapeutica avuta dai soggetti dei gruppi di controllo non è legata al fatto che credano di ricevere una cura, quanto a una srie di fattori che hanno di per sè una azione: raporto terapeuta-paziente o operatore-cliente, dieta, esercizio fisico,  informazioni date al paziente-cliente, modifiche generali allo stile di vita,  etc.

Nel 1996 l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha pubblicato un test per la valutazione della efficacia delle Medicine Complementari e Alternative (CAM), il WHOQOL-100. Con questo sistema di valutazione si indaga l’ influsso delle MnC e delle DBN sulla qualità della vita, avendo come criterio di valutazione fondamentale il suo impatto sul paziente-cliente considerato nella sua globalità psico-fisica piuttosto che sulla sola malattia, rispettando così le peculiarità e le caratteristiche delle metodiche tradizionali.

Con questo metodo si supera la difficoltà metodologica, culturale ed epistemologica dell’effetto placebo e si esaminano le azioni delle MnC e delle DBN “per quello che producono” in terminid i qualità della vita.

Questo tipo di ricerca dovrebbe essere incrementata e sostenuta economicamente.

Lo si vorrà fare?


9 Responses to “Ma questo placebo cos’é?”


  1. 1 Francesca
    aprile 13, 2009 alle 7:09 PM

    Non solo, questo metodo va oltre l’equivoco dell’unica distinzione possibile: salute e malattia. Piuttosto evidenzia tutto ciò che è contenuto tra questi due estremi, all’interno dei quali si trova la condizione più diffusa. Quella cioè, della continua ricerca dell’ “uomo” di un equilibrio dinamico, che richiede continui aggiustamenti, e che le MnC, occupandosi dell’uomo come un intero, sono in grado di sostenere.
    Francesca

  2. aprile 14, 2009 alle 5:00 am

    Giustissimo, France. Proprio per questo non avere malattie e stare bene non coincide affatto, cosi’ come “stare meglio” e “miglioramento della malattia”. Il problema e’ che oggi per lo piu’ si cerca la risoluzione della malattia, non lo stare bene del paziente-cliente. C’è bisogno urgente di una rivoluzione copernicana il cui il modello biomedico sia uno dei possibili, e che l’intervento medico sulla malattia sia uno dei possibili.

  3. aprile 16, 2009 alle 5:39 am

    Aggiungo un’altra considerazione a proposito di un atto “magico” che il modello biomedico compie spesso, come nel caso del “placebo”: la nominalizzazione.
    La nominalizzazione è la trasformazione di un processo in un evento. Per esempio, il processo secondo il quale molti fattori citati nel mio post quali il rapporto e le informazioni che intercorrono tra terapeuta-paziente o operatore-cliente, la dieta, l’esercizio fisico, le modifiche generali allo stile di vita provocate dal trattamento, diventano un evento, “l’effetto placebo”, cancellando gli elementi che hanno fatto parte del processo.
    La nominalizzazione è usata in psicoterapia e in strategie relazionali, per esempio, per evocare nell’interlocutore ciò che l’interlocutore vuole o riesce ad evocare.
    Nel caso di un lavoro scientifico o di una discussione sull’azione delle MnC o delle DBN, il dire che una certa percentuale di pazienti ha ottenuto un risultato per l’effetto placebo evoca nell’interlocutore l’idea mediata culturalmente che il risultato sia stato ottenuto per caso, in quanto SEMPRE il 35-40% dei pazienti “subisce” l’effetto placebo.
    A noi, invece, interessa proprio ciò che costituisce IL PROCESSO che nominalizziamo in “effetto placebo”, perchè amplificarlo permette di ottenere risultati migliori qualunque sia la tecnica usata.

  4. 4 Francesca
    aprile 16, 2009 alle 1:23 PM

    Quindi recuperare le fasi del processo (rapporto operatore-cliente, dieta, stile di vita, ecc.)estraendone un metodo, prima che diventino un evento (effetto placebo), potrebbe spiegare (attraverso la “riproducibilità”) l’evento stesso. La nominalizzazzione toglie la possibilità di riconoscere il processo, che, se ignoto, è incomprensibile e quindi impossibile da codificare o modificare. Al contrario, il processo che è retto da regole, può essere riprodotto. Così l’effetto placebo potrebbe uscire dall’idea di casualità, ed essere definito in un metodo riproducibile. Estrarre dall’esperienza un modello rappresentazionale con delle regole, applicabile alle MnC, diverso da quello biomedico, ma altrettanto valido…

  5. aprile 16, 2009 alle 8:18 PM

    Esattamente. E’ proprio quello che fa la MTC, per esempio, per cui dieta, qigong, lternanza di riposo e attività, etc, diventano elementi DEL trattamento.

  6. 6 Manu
    aprile 21, 2009 alle 4:05 PM

    Parlando di placebo rido e mi arrbbio al contempo pensando ai più che utilizzano questa parola con lo scopo di avere un’etichetta per qualcosa che non comprendono.
    Avete presente come i bambini piccoli giocano a nascondino? Si coprono gli occhi e sono convinti di essere nascosti.
    Parlando invece di nominalizzazione: il nome è un’astrazione che racchiude in sè processi. Se non si è a conoscenza dei processi il nome può essere interpretato ad libitum. Questo è un motivo per cui è difficile tradurre un’altra lingua o comprendere veramente bene cosa dice un cliente/paziente che descrive il proprio stato.
    Ho notato qualche anno fa, tornando a Palermo dopo diversi anni altrove, che molte persone evitano accuratamente di nominare alcune patologie (“Tizio ha QUEL male”, intendendo tumore) e non ho mai capito perché: scaramanzia, pudore?

  7. 7 Francesca
    aprile 21, 2009 alle 8:07 PM

    Cara Manu, per quanto riguarda l’uso del termine “placebo” in medicina,la difficoltà di interpretazione o, piuttosto, l’ambigua interpretazione,credo sia perpetrata ad arte. Quanto al linguaggio “nominale”penso che, nell’ambito della cura, ancor di più andrebbe sostituito da quello “verbale”. Così parole come “valutazione” che esprime un giudizio definitivo, andrebbe sostituita da “valutare”, che invece contiene il senso del continuo scegliere, quindi dell’accogliere e dello scartare. Oppure “cura” che, come “decisione”,è la manifestazione di una realtà cristallizzata, invece “curare” come “decidere” è la scelta tra varie ipotesi che orientano verso alcune possibilità e ne precludono altre.

  8. aprile 22, 2009 alle 4:48 am

    Io sarei per una parola “intermedia”, cioè “valutazione del xx/xx/xxxx”, in modo da evidenziale che ‘ una “valutazione” (nominalizzazione), ma che è relativa a quella data, e che quindio può cambiare la prossima volta.

  9. 9 Manu
    aprile 27, 2009 alle 5:12 PM

    Sulla nominalizzazione concordo con Vito sull’utilizzo di una specifica a “valutazione”,”cura”, ecc. perché dà maggiormente l’idea di un momento preciso all’interno di un processo.
    Tornando all’uso di perifrasi o eufemismi in sostituzione di parole precise penso permanga da tempi atavici il ricordo del potere della parola; la parola che cura e quella che uccide. Suoni e significati si sono indissolubilmente legati per trasferire specifiche energie. O no?
    Sull’uso strumentale e volutamente ambiguo di “placebo” credo siamo tutti d’accordo; ma ho spesso l’impressione che, davvero, la definizione volutamente ambigua copra la colpevole ignoranza di chi non sa, non comprende e passivamente si adagia.


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