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CONFUCIANESIMO E GERARCHIE

La parola “cultura” è una parola di difficile definizione. Limitandoci al campo etnologico, possiamo individuare tre ambiti essenziali all’interno dei quali trova posto il termine:
– Cultura presa nel senso di complesso che include conoscenze, credenze, arti, morale, legge e altre abitudini acquisite dall’essere umano come membro di una società (Tylor 1871).
Cultura come insieme di prodotti artistici, beni, tecnica, idee, abitudini e valori (Malinowski 1931). In questo senso la cultura è divisa in due aspetti principali, un corpo di prodotti e un sistema di costumi (Malinowski 1931).
– Cultura come “frammento” di umanità che presenta significative differenze e discontinuità rispetto al resto dell’umanità, comprendendo strumenti, istituzioni, credenze e linguaggio (Lévi Strauss 1953).

 

Attualmente l’uso che si fa del termine “cultura” fa piuttosto riferimento a uno specifico insieme di fenomeni caratterizzati non tanto dal suo prodotto finale, come identificazione di gruppo, comunicazione, istituzioni, prodotti, conoscenze, credenze, etc., quanto piuttosto da dai processi che li hanno preceduti e prodotti (Zimmermann 2010).


Un elemento fondamentale della cultura Cinese è il Confucianesimo.

 

Kong Fuzi, noto in Occidente come Confucio, fu un filosofo e pensatore cinese vissuto in Cina nel Periodo delle Primavere e degli Autunni, epoca di instabilità politica e diffusa corruzione.

Il suo pensiero, basato sull’etica personale e politica, sul rispetto delle corrette relazioni sociali, dell’autorità sia familiare che gerarchica in senso generale, sulla giustizia, l’onestà e la sincerità, fu preminente durante la Dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), e da allora ha sempre permeato, in modo più o meno direttamente riconoscibile, la società cinese.

Confucio nacque in una famiglia molto povera, ma, grazie alla sua intelligenza e bravura negli studi, diventò un importante funzionario dello Stato di Lu (l’attuale Shantung). Successivamente, vittima di intrighi politici, fu esiliato e viaggiò per dieci anni per varie province della Cina.

Durante i suoi viaggi, dopo avere esposto senza risultato a diversi sovrani la sua dottrina, si dedicò all’insegnamento e alla raccolta e rielaborazione di testi antichi, fondando la sua scuola, la Ju Chia, la “Scuola del Letterati”.

Grazie alla dottrina confuciana, basata sul rispetto della gerarchia e su dettagliate regole comportamentali, i “Riti”, utili per evitare turbamenti per l’ordine costituito, l’Impero Cinese riuscì a mantenersi saldo per migliaia di anni. In particolare, i Confuciani sottolineavano la funzione essenziale della gerarchia nel mantenimento della vita sociale e il diritto d’interferenza dei sovrani nella vita dei sudditi. I rapporti sociali erano basati sui cinque fondamentali: sovrano e ministri, padre e figlio, marito e moglie, fratello maggiore e fratello minore, amico più anziano e amico più giovane. Ovviamente nessuno di questi rapporti era paritario.

A dire il vero nel pensiero confuciano le gerarchie sociali permettevano la possibilità da parte dei singoli individui di essere “attraversate”: lo studio, il talento e le attitudini potevano migliorare, entro certi limiti il proprio posto nella scala sociale. In particolare, le virtù da sviluppare erano la rettitudine, l’umanità intesa come mitezza e reciprocità, la pietà filiale, la saggezza, l’impegno politico.

Un cenno particolare sulle gerarchie. Confucio dice che il padre, o comunque il capo, va sempre rispettato, non dice che deve essere anche amato. Di conseguenza in Cina il capo si aspetta di essere sempre rispettato, magari anche odiato e il figlio, o il sottoposto, non lo deve mai fare vedere. Se il padre, o il capo, dice che una cosa deve essere fatta, la cosa si deve fare. Tutto questo può portare a conseguenze difficilmente comprensibili nella nostra cultura che ha conosciuto la democrazia e il diritto alla “contestazione”; il nostro spirito “moderno” porterebbe a considerare con sospetto l’esecuzione di una cosa da fare senza convinzione, in maniera automatica e solo perché gerarchicamente giusto.

Il futuro sarà probabilmente caratterizzato da “meticciamenti” culturali sempre più spinti. In quest’ottica l’Occidentale dovrà sforzarsi di capire il pensiero obliquo, indiretto e spesso acritico dell’Orientale, e l’Orientale dovrà sforzarsi di capire l’esigenza dell’Occidentale di chiarezza e trasparenza.

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Giacomo Marino Operatore Tuina

Antonella Coglitore Taijiquan Palermo


9 Responses to “CONFUCIANESIMO E GERARCHIE”


  1. 1 Francesca
    agosto 10, 2009 alle 8:01 PM

    Confucio dice anche: “la ragione per cui affermo che tutti gli uomini hanno un animo sensibile all’altrui sofferenza è la seguente: supponi che vi siano delle persone che all’improvviso vedano un bimbo mentre sta per cadere in un pozzo. Ebbene, tutte proveranno in cuor loro un senso di apprensione e di sgomento, di partecipazione e di compassione. Questa reazione non dipende certo dall’esigenza di mantenere buoni rapporti con i genitori del bambino, né dal desiderio di essere elogiati da vicini e amici, e neppure perché disturbino le grida del bambino.”
    Il rispetto dei “riti”, quindi, acquista significato nella misura in cui il rito è la forma di una azione il cui contenuto è la compassione.
    Perciò penso che si possa andare oltre i forzati “meticciamenti” culturali a cui sembra debba ricorrere la società occidentale e orientale per riuscire a comunicare. O forse tornare indietro fino a un concetto antico quanto l’uomo, la compassione, attraverso il quale ogni umanità, occidentale o orientale che sia , possa conoscersi e riconoscersi.

  2. agosto 11, 2009 alle 7:10 am

    Confucio: “… supponi che vi siano delle persone che all’improvviso vedano un bimbo mentre sta per cadere in un pozzo. Ebbene, tutte proveranno in cuor loro un senso di apprensione e di sgomento, di partecipazione e di compassione. …”
    Sulla base del comune senso di compassione le differenze culturali e individuali, paure inconsce, stereotipi comportamentali, etc. potranno portare un individuo a precipitarsi a salvare il bambino, mentre un altro potrebbe essere immobilizato dalla paura e non muoversi, e un altro ancora andare in giro a gridare aiuto, e così via. Così, per esempio, un medico potrebbe limitarsi a seguire le aspettative del paziente non interferendo, se non marginalmente, nel suo stile di vita, mentre un altro potrebbe interferire pesantemente sul modo di vivere del paziente. Personalmente credo che il giusto procedimento sia quello del “ricalco e guida”, partire dal modello di funzionamento del paziente, o amico, o figlio, o suddito, o fratello minore, o moglie (beh, questa è tutta da vedere,…) o allievo di cui si vorrebbe cambiare, in tutta buona fede e con il giusto sentimento di com-passione, “ricalcarlo” quindi, e portarlo, “guidarlo” verso il comportamento auspicato.
    A proposito del meticicamento, non credo possa definirsi forzato, bensì inevitabile.

    • agosto 11, 2009 alle 4:44 PM

      e poi, non sono i meticci i cani più intelligenti…? a parte la battuta, credo che che così il ricombinamento del DNA permetta di trovare “soluzioni genetiche” sempre migliori che potenziano la razza umana, il ricombinamento culturale permetta di trovare “soluzioni epistemologiche” sempre migliori e adatte all’essere umano.

  3. 4 Francesca
    agosto 12, 2009 alle 3:51 PM

    Le azioni mosse dalla “compassione” di cui parli sono completamente influenzate dall’ego di chi le compie. Io mi riferisco alla compassione nel senso di “con pathos”, dove si supera la visione dualistica, e non c’è giudizio, attraverso l’identificarsi nella stessa emozione. Immedesimarsi nell’altro e quindi capirne, anzi sentirne quasi fisicamente, le emozioni profonde, per ritrovare l’unità.Come nel nostro qigong dove, ricreando “l’intero” attraverso la formazione del campo, si favorisce, anzi si rende possibile qualsiasi trasformazione del Qi. Mi piace molto il riferimento al ricalco, come condivisione di “sentimento”. Ho qualche perplessità sulla guida poichè, se nel ricalco c’è un riconoscersi sullo stesso piano,la guida implica una relazione di potere, la gerarchia, che, affinchè sia lecita, deve essere dichiarata e diretta, e mai laterale e tacita. Mi piace pensare possibile una guida in cui giudante e guidato evolvono entrambi percorrendo una via di confronto e specchio delle loro diversità, attraverso un sentire profondo comune.

  4. agosto 12, 2009 alle 5:40 PM

    Identificarsi nella stessa emozione è una cosa probabilmente bella. Il qigong in effetti, e così la Medicina Cinese, parla in realtà piuttosto di disidentificarsi persino dalla propria emozione. Ma forse sia identificarsi che disidentificarsi, o almeno il parlarne al nostro livello, sono un ennesimo aspetto della dualità da superare.

  5. 6 Francesca
    agosto 12, 2009 alle 8:55 PM

    L’identificarsi è funzionale alla comprensione. Il disidentificarsi di cui parla il qigong o la medicina cinese, perso si realizzi nella possibilità di gestire e non lasciarsi travolgere dalle emozioni, nel saper distinguere quelle che ci appartengono e che perciò dobbiamo “vivere”, da quelle che sentiamo per compassione e che perciò dobbiamo solo comprendere e poi lasciare andare. Come può il cuore valutare, prendere la giusta “via”, se non accoglie al suo interno ciò che deve essere valutato? E come può valutare ciò che non sa riconoscere?

  6. agosto 17, 2009 alle 2:26 PM

    Personalmente credo, come ben sai, che emozioni siano dei movimenti del qi sempre anomali (non faccio l’elenco dei movimenti del qi che percepiamo come emozioni per brevità). Una certa quota di movimenti anomali del qi è accettabile in quanto essere umani mediamente sviluppati. Nel momento in cui si accetta però l’idea che l’essere umano perfettamente sviluppato è anche perfettamente equilibrato, e non è il mio caso…, allora bisogna riconoscere che bisognerebbe evitare OGNI movimento anomalo del qi.
    Duro da accettare.

  7. 8 Francesca
    agosto 18, 2009 alle 4:12 PM

    Il problema è l’uso improprio del termine “emozione”, e la diversa accezione che può essergli attribuita se viene utilizzato in medicina cinese o nelle variegate sfaccettature della lingua italiana. Gli aspetti psichici degli organi forse più rappresentano ciò che, talvolta, nella nostra lingua si definisce emozione, ma che andrebbe meglio identificato con il termine “sentimento”. Prendere le distanze dalle “emozioni”, in quanto movimenti del qi come le definisce la medicina cinese, specie se incontrollati, è sicuramente auspicabile. Da qui procede la nostra evoluzione che ci permette di coltivare e conservare lo shen. Come diresti tu: “è une questione di pragmatica semantica…”


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